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Era ora che qualcuno si ricordasse di uno dei nostri
più grandi cantanti, Mario Musella, voce storica degli Showmen,
scomparso purtroppo a soli 34 anni.
Al “nero a metà” è così stato dedicato questo sito internet
www.neroameta.net che oltre a riportare alcune pagine di riviste
musicali specializzate degli anni a cavallo tra i ‘60 e i ‘70 e
splendide fotografie, offre al navigatore una vera chicca: un ricordo
dell’amico James Senese tratto dalla sua biografia “Je sto ccà” (edito
da Guida) scritta da me e che si avvale della prefazione del maestro
Roberto De Simone e degli interventi di: Joe Amoruso, Antonio Annona,
Lello Arena, Enzo Avitabile, Claudio Baglioni, Peppe Barra, Eugenio
Bennato, Raffaele Cascone, Lucio Dalla, Liliana De Curtis, Tullio De
Piscopo, Peppino Di Capri, Manu Dibango, Lello Esposito, Tony Esposito,
Eugenio Finardi, Enzo Gragnaniello, Luciano Maglioccola, Enzo Nini,
Antonio Onorato, Gino Paoli, Rocky Roberts, Daniele Sepe, Lino Vairetti,
Marco Zurzolo, Rino Zurzolo. E dei giornalisti: Gigi Avolio,Bruno Aymone,
Alessandra Del Prete, Nino Marchesano, Gianni Minà, Filippo Morena,
Antonio Sacco, Antonio Tricomi e Lino Volpe.
Verso la metà degli anni ’60 nel mondo, a Napoli, come a Roma, come a
Londra, come a San Francisco, si era in piena esplosione beat, in piena
psichedelia, in pieno folk revival. In Inghilterra i Beatles stavano
attuando una delle più grandi rivoluzioni musicali di sempre, mentre gli
amici-rivali Rolling Stones prendevano per il collo il vecchio Blues di
maestri come Muddy Waters, Alexis Corner, John Mayall e lo macchiavano
di rock, di riff e di trasgressione. Al di là dell’Oceano Bob Dylan era
il messia della controcultura accompagnato dai suoi fidi scudieri Byrds,
mentre i Doors di Jim Morrison, i Grateful Dead, gli Iron Butterfly,
stavano muovendo i primi passi. Contemporaneamente Jimi Hendrix
riscriveva il rock con la sua chitarra e la Motown consolidava il suo
esser voce e suono della parte nera dell’America. Ma vi era anche
un’altra parte del pubblico – meno reazionaria - che amava ancora la
canzonetta lenta, da ballare guancia a guancia.
La musica degli Showmen non stava né dall’una né dall’altra parte (anche
se un po’, in maniera inconsapevola, strizzava l’occhio al sound Motown),
sospesa in una sorta di “terra di mezzo”, con il sax di James che
scuoteva le corde emozionali degli ascoltatori come un flusso di lava
del Vesuvio e la voce di Mario – una sorta di Otis Redding “nostrano” –
che ammaliava come un antico canto delle sirene.
A Mario è dedicato questa piccola finestra sul mondo del web… da leggere
e scoprire magari ascoltando “Non si può leggere nel cuore”.
Carmine Aymone
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